venerdì 15 febbraio 2013
Cassazione: no all'addebito della separazione al coniuge che abbandona casa per intollerbilità della convivenza. Fonte: Cassazione: no all’addebito della separazione al coniuge che abbandona casa per intollerbilità della convivenza. Il testo della sentenza (StudioCataldi.it)
Abbiamo dato notizie ieri della recente sentenza della Cassazione in tema di separazione giudiziale. Si tratta dela sentenza n. 2183/2013 con cui la prima sezione civile della Corte di Cassazione, confermando le precedenti decisioni di mertito, ha precisato che deve escludersi l'addebito della separazione al coniuge che ha abbandonato la casa familiare per la convivenza divenuta intollerabile. Pubblichiamo ora qui sotto il testo integrale della sentenza.
Gli Ermellini hanno affermato che disimpegnarsi dall'unione costituisce un diritto costituzionalmente garantito e non può essere fonte di riprovazione giuridica, specialmente laddove detta decisione risulti adottata da persona in età matura all'esito di una lunga coabitazione non felice, mentre solitamente l'avanzare dell'età tende ad avvicinare i coniugi con il crescere delle necessità di assistenza reciproca, morale e materiale.
Secondo la ricostruzione della vicenda, la Corte d'appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, aveva escluso l'addebito della separazione dei coniugi, in favore della ex moglie che si era allontanata dalla casa coniugale, avendo poi chiesto la separazione. I giudici di secondo grado avevano ritenuto che l'abbandono, a un'età - settant'anni - in cui semmai "più naturale è il bisogno di vicinanza e di solidarietà morale e materiale" e dopo quasi cinquant'anni di un matrimonio nel complesso non felice, come dimostrato anche da una risalente separazione poi rientrata, trovava la sua ragione appunto in quella infelicità - almeno per la signora - nella quale ella, alla fine, non aveva avuto più la forza di continuare a vivere.
Del che non le si poteva muovere addebito una volta riconosciuto, anche nella giurisprudenza di legittimità (si fa espresso riferimento a Cass. 21099/2007), che nessuno può essere obbligato a mantenere una convivenza non più gradita, il disimpegnarsi dalla quale costituisce un diritto costituzionalmente garantito. Rigettando il motivo di ricorso dell'ex marito, i giudici di Piazza Cavour hanno spiegato che "con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com'è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che "si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza" (art. 151 c.c. nel testo riformato).
Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l'originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma - interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale - per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di "elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi".
Ribadita, quindi, l'originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili - e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa "visione evolutiva del rapporto coniugale - ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge - (...) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l'esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell'altro, la convivenza. Ove tale situazione d'intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito".
Fonte: Cassazione: no all’addebito della separazione al coniuge che abbandona casa per intollerbilità della convivenza. Il testo della sentenza
(StudioCataldi.it)
mercoledì 6 febbraio 2013
Italia Criminale: condanna Cedu per carceri sovraffollate. I diritti negati degli ultimi
Si parla di sovraffollamento delle carceri e si parla dell'Italia. La notizia più "cliccata" degli ultimi giorni ci racconta di un'Italia criminale condannata dalla Corte Europea dei Diritto dell'Uomo per trattamenti disumani nei confronti dei detenuti. I quotidiani italiani si sono sbizzarriti nel fare ironia dopo la sentenza Cedu - "Campioni d'Europa", titolava il Manifesto - già portata all'attenzione dei media e da tutti coloro che si sono resi conto che vivere in meno di tre metri quadrati non è vivere ma sopravvivere: dallo sciopero della fame di Marco Pannella, al richiamo di Napolitano; dalla lettera dei più illustri costituzionalisti indirizzata al Capo dello Stato, alle battaglie provenienti dal mondo delle associazioni.
Il dibattito non si è aperto e, ad eccezione di un "lieve" provvedimento-palliativo di inizio legislatura, il Parlamento ha deciso che una "questione di prepotente urgenza", come definita dal Professor Pugiotto, primo firmatario della lettera sullo stato delle carceri al Capo dello Stato, poteva attendere.
Il dopo è stato scritto dalle decisioni della Cedu. All'origine della condanna nei confronti della Repubblica italiana, vi sono i ricorsi di sette detenuti con cui è stata adita la Corte diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, per denunciare le condizioni detentive contrarie all'articolo 3 della Convenzione ("nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti").
La lettera dei costituzionalisti rivolta al Capo dello Stato - "quale primo garante della legalità costituzionale del nostro ordinamento, con la massima fiducia in un Suo immediato ricorso al potere di messaggio alle Camere, affinché il Parlamento eserciti finalmente le proprie prerogative per dare una contestuale risposta, concreta e non più dilazionabile, sia alla crisi della giustizia italiana che al suo più drammatico punto di ricaduta, le carceri" - è tra i documenti più coraggiosi ed emblematici in grado di dipingere, nello specifico, in quali condizioni disumane i detenuti, di ogni nazionalità, siano costretti a (soprav)vivere.
Anche il rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattamento per migranti, realizzato dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e presentato nell'anno appena trascorso, parla di un dramma, di circa 67 mila persone all'interno di istituti che ne possono contenere 22 mila in meno.
Così, lo Stato italiano è inadempiente e deve pagare non solo perché questa situazione viola i principi che ci siamo dati come base della nostra convivenza, in particolare, l'art. 27 e cioè il principio secondo cui "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" ma (soprattutto), perché abbiamo assunto obblighi internazionali che ci impegnano al rispetto dei principi stabiliti dalla Cedu.
Almeno in questo, la "globalizzazione" (dei diritti), per dirla in modo spicciolo, ha avuto effetti favorevoli: il superamento delle barriere nazionali in favore di un più altro grado di tutela dei diritti. La Corte non si è limitata però a condannare l'Italia, che pagherà con i soldi dei contribuenti ma inoltre ha sollecitato il nostro paese a fare "qualcosa" che possa cambiare il destino degli individui che popolano gli istituti penitenziari.
L'Italia si porta dietro questa situazione come un fardello, come il peccato originale dell'inerzia della politica: non si tratta solo di un problema "architettonico" ma di una questione ben più complessa che deve, soprattutto dopo questa sentenza, portare a ripensare al sistema penitenziario, questa volta, però, in termini nuovi. Ci vogliono le famose "riforme strutturali" (e quando mai!). Una delle espressioni più abusate dalla politica che rimane retorica se tutti gli input indirizzati al Parlamento rimangono lettera morta perché è come se le carceri fossero un mondo a parte in cui i diritti di quelli "cattivi" non devono essere rispettati, perché in fondo, queste persone hanno sbagliato e, oltre alla pena, gli si deve far scontare qualche altra cosa.
Figurarsi se la pena, a queste condizioni, possa rieducare. Senza dimenticare che le carceri "ospitano" soggetti condannati in via definitiva ma anche soggetti in attesa di giudizio e quindi considerati non colpevoli fino alla condanna definitiva. Se questa non è una tragedia...
Fonte: Italia Criminale: condanna Cedu per carceri sovraffollate. I diritti negati degli ultimi (StudioCataldi.it)
Il dopo è stato scritto dalle decisioni della Cedu. All'origine della condanna nei confronti della Repubblica italiana, vi sono i ricorsi di sette detenuti con cui è stata adita la Corte diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, per denunciare le condizioni detentive contrarie all'articolo 3 della Convenzione ("nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti").
La lettera dei costituzionalisti rivolta al Capo dello Stato - "quale primo garante della legalità costituzionale del nostro ordinamento, con la massima fiducia in un Suo immediato ricorso al potere di messaggio alle Camere, affinché il Parlamento eserciti finalmente le proprie prerogative per dare una contestuale risposta, concreta e non più dilazionabile, sia alla crisi della giustizia italiana che al suo più drammatico punto di ricaduta, le carceri" - è tra i documenti più coraggiosi ed emblematici in grado di dipingere, nello specifico, in quali condizioni disumane i detenuti, di ogni nazionalità, siano costretti a (soprav)vivere.
Anche il rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattamento per migranti, realizzato dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato e presentato nell'anno appena trascorso, parla di un dramma, di circa 67 mila persone all'interno di istituti che ne possono contenere 22 mila in meno.
Così, lo Stato italiano è inadempiente e deve pagare non solo perché questa situazione viola i principi che ci siamo dati come base della nostra convivenza, in particolare, l'art. 27 e cioè il principio secondo cui "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" ma (soprattutto), perché abbiamo assunto obblighi internazionali che ci impegnano al rispetto dei principi stabiliti dalla Cedu.
Almeno in questo, la "globalizzazione" (dei diritti), per dirla in modo spicciolo, ha avuto effetti favorevoli: il superamento delle barriere nazionali in favore di un più altro grado di tutela dei diritti. La Corte non si è limitata però a condannare l'Italia, che pagherà con i soldi dei contribuenti ma inoltre ha sollecitato il nostro paese a fare "qualcosa" che possa cambiare il destino degli individui che popolano gli istituti penitenziari.
L'Italia si porta dietro questa situazione come un fardello, come il peccato originale dell'inerzia della politica: non si tratta solo di un problema "architettonico" ma di una questione ben più complessa che deve, soprattutto dopo questa sentenza, portare a ripensare al sistema penitenziario, questa volta, però, in termini nuovi. Ci vogliono le famose "riforme strutturali" (e quando mai!). Una delle espressioni più abusate dalla politica che rimane retorica se tutti gli input indirizzati al Parlamento rimangono lettera morta perché è come se le carceri fossero un mondo a parte in cui i diritti di quelli "cattivi" non devono essere rispettati, perché in fondo, queste persone hanno sbagliato e, oltre alla pena, gli si deve far scontare qualche altra cosa.
Figurarsi se la pena, a queste condizioni, possa rieducare. Senza dimenticare che le carceri "ospitano" soggetti condannati in via definitiva ma anche soggetti in attesa di giudizio e quindi considerati non colpevoli fino alla condanna definitiva. Se questa non è una tragedia...
Fonte: Italia Criminale: condanna Cedu per carceri sovraffollate. I diritti negati degli ultimi (StudioCataldi.it)
UN PAIO DI SMS AL GIORNO, TOLGONO LA SIGARETTA DI TORNO. Dalla Nuova Dalla Nuova Zelanda, un nuovo metodo per smettere di fumare. Robyn Whittaker, a capo dell'equipe, spiega a What's Up come fare.
Malattie d'ogni specie, invecchiamento della pelle, ingiallimento dei denti, alito cattivo, soldi sprecati, declino cognitivo. Eppure i fumatori sono sempre di più. E più aumentano i fumatori e più aumentano le strategie per farli (farci) smettere di fumare. Tempo fa ci aveva pensato Allen Carr, l'uomo che dopo essere arrivato a fumare 100 sigarette al giorno, sul fumo, ci ha fatto una fortuna vendendo milioni di copie del suo libro-terapia. I tempi cambiano e con esse le strategie. Dopo la sigaretta elettronica (che per alcuni sembra far più danni di quella originale), dalla Nuova Zelanda arriva l'ultima trovata: smettere di fumare per mezzo di sms grazie ad un metodo realizzato da una equipe dell'Università di Auckland (unità di ricerca sperimentazioni cliniche) guidata dalla professoressa Robyn Whittaker, raggiunta da What's Up. Sostanzialmente l'idea è quella sostituire la psicoterapia tradizionale "de visu" con sms e video stimolanti per farci smettere, quasi fosse un tutor a portata di mano. Un'idea non proprio originale ma che sembra dia discreti risultati: in uno studio condotto su 9.100 fumatori, delle 4550 persone "seguite" dagli sms per sei mesi, 444 sono riuscite a liberarsi dal vizio. Delle altre 4550 persone che non hanno ricevuto sms, solo in 240 hanno rinunciato alla bionda. Una percentuale quasi doppia. Insomma, smettere da soli è davvero impossibile, o quasi? "No, non è impossibile - ci dice Robyn Whittaker - sappiamo che in molti Paesi il 5% dei fumatori smette senza aiuti ma solo con buone politiche di controllo del tabacco e campagne di promozione della salute. Se questa percentuale riceve un supporto smettere diventa più efficace". Come funziona questo programma? "I vari programmi - continua - hanno un numero diverso di messaggi da mandare che di solito oscilla tra i 2 e 5 messaggi al giorno nelle prime settimane in cui si decide di dare un taglio alle bionde", il periodo più difficile, "perché fumare crea una dipendenza fisiologica dalla nicotina e smettere di fumare causa astinenza con sintomi come l'irritabilità e la perdita di concentrazione". Quali sono i contenuti degli sms? "Sono motivazionali, input di incoraggiamento, anche a cercare il supporto di familiari e amici. Ci sono anche consigli su come affrontare i sintomi dell'astinenza, che sono comunque passeggeri". L'identikit del fumatore? "Tutti potrebbero fumare. Quello che è difficile da comprendere è perché un sacco di giovani comincia a fumare nonostante si conoscano benissimo tutti i danni che prova il fumo. Quindi - conclude - non cominciate, invece di smettere".
venerdì 18 gennaio 2013
(Centro) chiamata futuro. Occupato
L’orologio sembra sempre più lontano. Quasi non riesco a metterlo a fuoco. Una telefonata e un’occhiata all’orologio. Il tempo non passerà mai. È solo il primo giorno di prova ma tutto sembra vecchio, superato. “Buongiorno sono…, la chiamo…”. Il lavoro è per una nota compagnia di telecomunicazioni. La migliore nel campo, come tento di far capire a tutti quelle a cui telefono. L’odore della fregatura è troppo forte e tutti rispondono che non gliene importa nulla di sapere quali sono le nuove offerte. Come dargli torto?
Mi guardo intorno: non sono sola. Ci sono altre persone sedute accanto a me e tutti i miei titoli di studio. Il call center mi sembra ancora una cosa lontana nonostante io stia già facendo le telefonate. Sono proprio lì. Le teorie sull’alienazione che creano le cuffie e le telefonate a ripetizione si sprecano. Ci hanno scritto tutti. Ci provo anche io. In fondo è questa la vita, punti di vista e io non vedo che con i miei occhi. Partono le telefonate. Nessun appuntamento fissato. Risultato? Zero euro. Alcuni mi invitano ad andare a quel paese, mi dicono che sono iscritti al registro delle opposizioni e minacciano di denunciare la compagnia. Sapessero quanto mi importa. Mi scuso. Vado avanti.
Metto un nome a caso sulle pagine gialle. Appaiono una miriade di attività commerciali. Tra i primi a rispondere c’è un ragazzone. Sì, perché dalla voce lo immagino grande, alto e grosso. È simpatico e non perde occasione per provarci. Anche lui immagina e scherza: “me dispiace per te che stai a lavorà – mi dice - ma er consulente nun lo voglio. Al massimo, se vieni te accetto. Anzi se voi te vengo proprio a pià e uscimo”. Rido. Mi diverto e per questo ringrazio. Riattacco.
Antonio è il nostro “carceriere”. Capelli scuri. Bassino, magro. Si occupa di coordinare il lavoro dei nuovi schiavi. Giulia che studia architettura ed è arrivata con me, occhi azzurri e pieni di luce. Piccolina. Michela, che si laurea a breve e Alessandra, un’esplosione di battute. Penso che mi piacerebbe lavorare con lei. È positiva: “secondo me sarebbe meglio andà a fa la donna delle pulizie, armeno dimagrisco”. C’è Sergio che fa il dj e ha tutta l’aria del “che ci faccio qui”, lo sento vicino. Quando fa le telefonate gira troppo intorno al punto come dice Antonio. “A Sergiò nun ce girà intorno, dije dell’offerta e che je mandi er consulente”. Poi conosco Giuseppe che viene “dalla terra di Calabria” come dice a tutti. Faccia da bravo ragazzo. Lega subito con Sergio. La musica li unisce. Mi alzo e penso che una sigaretta, dopo due ore e mezzo di telefonate, non si nega a nessuno ma la segretaria della tipologia “segretarie odiose”, una di quelle senza sfumature, tirata fuori dalla commedia dell’arte versione moderna, con aria inorridita mi chiede: “ma dove vai?”. Io sorrido timidamente con la faccia da fessa. Penso che non sia il caso di litigare e mi rimetto a sedere per altre due ore. Il fatto di non potermi alzare liberamente mi fa impazzire. Poi, la pausa: Antonio ci regala una “sosta” di ben dieci minuti.
“Per fare questo lavoro ce devi avè passione” confida Antonio ai nuovi arrivati. Passione? Passione per cosa? Per "i sordi", forse, e lo penso anche in romanesco. Ma non ha tutti i torti, di questi tempi...
Rifletto sulla parola passione: il mio Professore l’aveva usata per presentarmi alla Commissione il giorno della mia laurea. Mi aveva reso molto felice.
Fumo un’altra sigaretta: la prossima pausa è troppo lontana e intanto ingurgito nicotina. Voglio anestetizzarmi così, magari, continuo e diventerà un’abitudine. In fondo ci si può abituare a tutto. C’è anche Leonardo che dopo avermi stretto la mano mi chiede se ho facebook. Sono talmente a terra e senza difese che non riesco a chiedergli se gli sembra il caso di avere il mio contatto dopo soli pochi secondi di conoscenza. È timidissimo. Gli dico che ho un nome strano su facebook. Lui si imbarazza a parlare. Faceva l’agente di viaggio perché gli piace viaggiare. Lavora nel postaccio dal 20 novembre ma anche lui, prima o poi, verrà cacciato.
C’è tutta una serie di cose che devi sapere prima di sederti ad una postazione di call center. Prima o poi loro ti cacceranno. Anche se ti dovessi abituare all’idea di un lavoro del genere perché in fondo i soldi ti servono, un giorno tutto finirà perché loro chiameranno altri schiavi, in prova, per pagarli sempre meno, per poi dirgli che un contratto non possono farglielo, che c’è la crisi. Messaggi preimpostati.
I computer sono tutti uguali e sono tanti. Le postazioni anonime. È questo quello che mi fa più paura. Nessuno ha lasciato tracce di sé sul luogo in cui passa la maggior parte del suo tempo, della sua giornata. Alienazione. Do uno sguardo al cellulare: una chiamata persa. Parto con l’immaginazione. È sicuramente il lavoro della mia vita e io non ho preso la chiamata perché sto lavorando in questo maledetto call center. Ogni tanto parte la musica. Pensano che lavorare così possa essere meno massacrante. Io invece non sento nulla e appena risponde qualcuno mi chino in basso e avvicino sempre più le cuffie alle mie orecchie. Ho difficoltà a sentire e delle volte riagganciano. Sarò stata mandata a quel paese dopo aver pronunciato il mio nome?
Dell’altro carceriere non ricordo il nome. Ha tutta l’aria di essere il protagonista della serie Harry Potter. Lo guardo e me lo immagino con il mantello e la bacchetta da maghetto. Somiglianza impressionante. Si avvicina. Vuol capire chi sono. Gli confido che non ce la faccio, che mi sento in trappola. Mi guarda per capire. “Vuoi guadagnare? - mi chiede - e allora rimani!”. Me lo dice con un tono duro, quasi di ammonimento ma guardo i suoi occhi e sono tutti pieni di comprensione. Poi cede. “Anche io sono laureato e titolato ma sto qui”.
Dopo tutti i vaffa del mondo, scappo. Il turno sarebbe finito alle 21. In un attimo realizzo dove sono: alzo la testa. Guardo tutte quelle facce perse nello schermo. Respiro, metto le mani sulla sedia, scivolo indietro. Vado. Se non lo faccio ora non lo farò più, penso, perché poi mi riempiranno la testa di frottole, mi diranno “vedrai, vedrai”. Ma quel vedrai non lo voglio sentire. Uno sguardo d’intesa con Giulia e andiamo via. Lei piange per strada. È piccolina. L’abbraccio forte ma è una sconosciuta. In quel momento s’allentano le distanze. Destini comuni. Ci salutiamo dopo aver varcato la soglia dell’entrata principale di quel postaccio. Lei va a destra, io a sinistra. Non so cosa augurarle: “piccola, stai tranquilla”, le dico dopo averla abbracciata. Solitamente, tiro fuori tutte le emozioni ma in quel momento Giulia aveva la priorità. Era così autentica. Io mi trattengo. Faccio finta di niente, come se per me non fosse lo stesso.
Prima di andarmene, incontro Potter. Fuma una sigaretta. “Buona fortuna” – mi dice ma questa volta i suoi occhi chiari non mi giudicano. Esco. Giulia non c’è più. Forse non rivedrò mai più nessuno degli esseri umani incontrati lì dentro. Sento una strana sensazione di sollievo anche se penso di essere una stronza che si lascia scappare un lavoro. Ma è decisamente una sensazione più piacevole di quella che stavo vivendo con le cuffie incollate alle orecchie e in procinto di cadere sulla fronte.
Sulla metro sale un musicista. Ha un carrello e intravedo un violino: appena lo tira fuori i miei occhi si illuminano. “Somewhere over the rainbow…”... e non mi sento più sul treno. Potere della musica. Sono altrove e ho il volto rilassato. Troverò un altro lavoro...
A fine serata, arriva “quella” telefonata su cui avevo creato un’altra vita parallela. È di nuovo quel numero. Mi brillano gli occhi. È Idris che mi chiede cosa ne penso di un certo servizio. Scherzi del destino. È difficile ricevere una telefonata commerciale sul proprio cellulare. Il mio tono è rilassato. Lo ringrazio prima che lo faccia lui. Lui stai zitto per un po’... E io sorriso. Ma lui non mi vede. Non sa.
domenica 23 dicembre 2012
domenica 2 dicembre 2012
Premio Siberene. Libera e Renato Cortese tra i premiati
Santa Severina, Premio Siberene: Renato Cortese e Don Ciotti, tra i premiati.
La passione civile di un uomo comune. “Il potere dei segni contro i segni del potere”.
“Per favore, smettiamola di parlare di società civile: ne parlano tutti. Preferisco che modifichiamo il nostro linguaggio. Non basta essere “civili”, preferisco che parliamo di una società civile e responsabile. C’è un furto di parole: tutti parlano di legalità e ci fanno i proclami. Dobbiamo testimoniare, testimoniare la legalità e la responsabilità con la coerenza dei gesti”. È con queste parole e con una carica di passione straripante che Don Ciotti esordisce nel suo intervento al Premio Siberene, il premio della città di Santa Severina che quest’anno è dedicato alle Istituzioni, alla Chiesa e alla Società civile per la stabilità e la sicurezza dello Stato.
Giunto alla diciannovesima edizione, il Premio Siberene, nato dall’idea della Proloco Siberene, rappresenta il riconoscimento a personalità che si sono distinte nei vari settori della società. Teresa Gallo, presidente della Proloco Siberene, introduce gli interventi di Don Serafino, biblista e vicario Episcopale per la cultura, Antonio Greco, commissario del Comitato Provinciale di Crotone della Croce Rossa Italiana, Renato Cortese, Primo Dirigente della Polizia di Stato. Quest’anno, tra i premiati, c’è anche Libera. Nessuno, però, sperava nella presenza di Don Ciotti. È stato corteggiato a lungo. L’organizzazione parla di due mesi di invio di e-mail. Quasi tutte inutili: Don Luigi si trova in Africa. Lui viene a sapere che verrà premiato Renato Cortese, l’uomo che ha contribuito all’arresto di Provenzano e sposta la partenza, stravolge i suoi piani: ci sarà. Non potrebbe non esserci. “Spero di non fare torto a nessuno se dico che non appena ho saputo che ci sarebbe stato Renato Cortese ho deciso di tornare dall’Africa”. Parla per un’ora ma i presenti hanno l’impressione che il suo intervento duri una manciata di minuti, tanta è la passione delle sue parole e dei suoi gesti. Don Tonino Bello, Paolo VI, Don Puglisi, Giovanni Paolo II nell’olimpo delle sue idee. Li cita spesso nel suo discorso ma niente ha il sapore della retorica. Tutto è sentito.
“Qui la 'ndrangheta non entra, recita una targa all’ingresso della sede del Comune di Santa Severina. Certo, ma da certi comuni, la mafia, deve uscire dalla porta principale”, spiega Don Ciotti quando parla di concretezza dei gesti e non solo dell’antimafia delle parole. “Libertà, dignità, pace, legalità, ne parlano tutti. Certe parole dobbiamo tenercele strette per non svuotarle del loro significato”, ammonisce Don Luigi che preferisce parlare di Gesù Cristo e non della Chiesa, strappando l’ennesimo applauso. Parla anche di antipolitica ma non incita ad un divorzio dalla società e dalla politica che deve essere intesa come servizio, la più grande forma di cartità, come diceva Paolo VI. Dopo un’ora di intervento, la premiazione. Don Ciotti viene circondato da tutti i rappresentanti locali di Libera che fanno a gara per mettersi accanto a lui.
Dopo la premiazione, mi avvicino, gli stringo la mano e tutto quello che avevo pensato di dirgli viene annullato da quella stretta. Tremo e non riesco a fare l’intervista e tutte le domande che volevo porgli. Parliamo. Spengo anche il registratore che avevo acceso prima di avvicinarmi. Non avrei voluto più lasciare quella mano grande e calorosa e quegli occhi pieni di comprensione. Solo certe persone possono lasciarti interdetta.
E prima di salutarlo, gli chiedo: “Don Ciotti, Dio è morto nelle carceri italiane, le carceri più sovraffollate d’Europa, dove la sopravvivenza è normalità, dove rieducare il detenuto, come vuole l’art. 27 della Costituzione, assume il tono di una barzelletta. Non c’è dignità in un metro quadrato…”
E lui: “Libera è un coordinamento di associazioni e il gruppo Abele lavora nelle carceri. Non dimenticare che molti familiari delle vittime innocenti della mafia vanno nelle carceri e ci sono anche molti progetti per le carceri dei minorenni. Recentemente mi sono occupato del problema dell’ergastolo per capire che senso ha questa pena se non si dà la possibilità alla persona di riabilitarsi”. “…e poi Don Ciotti, - gli dico - volevo parlarle di una cosa: c'è ancora una storia da raccontare, una storia di antimafia e di una vittima innocente che aspetta di essere ricordata. Non posso dirle altro”. “Fammi sapere – mi confida - chiama questo numero e io torno in Calabria”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/19/carceri-sovraffollate-e-detenuti-in-pessime-condizioni-denuncia-di-antigone/419147/
lunedì 21 novembre 2011
Celiachia e sacerdozio: questo matrimonio non s’ha da fare? - Vige ancora il divieto di ordinazione sacerdotale per i soggetti affetti da celiachia? E perché? - di Luisa Foti
Sei celiaco? Non puoi fare il sacerdote della Chiesa cattolica! No, non è una bufala ma una notizia che, a quanto pare, si apprende direttamente da Wikipedia, la libera enciclopedia in rete.
Questo è il caso del (presunto) divieto del sacerdozio per le persone affette da celiachia. Se infatti provate a scrivere su qualsiasi motore di ricerca la parola “celiachia”, tra i primi dieci risultati, sul monitor del vostro pc troverete la voce di Wikipedia che, dopo aver illustrato le caratteristiche generali della patologia, al paragrafo “risvolti psicologici”, inserisce queste parole prese direttamente da una fonte autorevole, una lettera circolare della Congregazione per la Dottrina della Fede. “I candidati al sacerdozio che sono affetti da celiachia (…), data la centralità della celebrazione eucaristica nella vita sacerdotale, - si legge dalla lettera circolare nella parte delle cd. “norme comuni” enunciate dopo le generali premesse sulla problematica - non possono essere ammessi agli ordini sacri”. E ancora, continuando a leggere, “i sacerdoti che abbiano sviluppato la celiachia dopo l'ordinazione e tutti i fedeli che hanno questa intolleranza alimentare possono usare un particolare tipo di ostie con una minima quantità di glutine (che da un lato permette la panificazione, dall'altro non compromette la dieta senza glutine)”.
Da queste poche righe, datate 9 giugno 1995, all’epoca in cui a capo della Congregazione vi era l’attuale Papa Ratzinger, emerge un generale divieto: le persone affette da celiachia non possono essere ammesse al sacerdozio e che, al contrario, chi sviluppa la malattia dopo l’ordinazione sacerdotale, avrà il solo beneficio di utilizzare delle specifiche ostie, con poco glutine, (si badi, non senza) in quanto è necessario permettere la panificazione. Senza panificazione, infatti, come emerge dalla lettera, la celebrazione eucaristica si deve ritenere “invalida”. La questione, sembra abbastanza chiara, disponendo questo divieto, forse discriminatorio, ma chiaro e categorico. Oltre alla Circolare del 1995, dopo varie ricerche, siamo riusciti a trovare un’altra lettera circolare (non citata da wikipedia), in cui lo Stesso Ratzinger, nel 2003 dà conto della questione della celiachia. L’approccio è diverso: non si parla più di divieto di ordinazione sacerdotale ma si invita ad “essere cauti” nell’ordinazione sacerdotale di persone affette da celiachia. Ma che cosa significa “essere cauti”? La Chiesa, in sostanza, si riserva di ammettere o meno agli ordini sacri i malati di celiachia. Ma su quali basi? Quindi non si tratterebbe più di un divieto generale? Ma come mai questa (presunta) discriminazione che si concretizza nella discrezionalità che esercita la Chiesa nell’ammettere o meno i celiaci al sacerdozio? Non potendo accontentarci delle due “diverse” circolari, e volendo quindi andare al fondo della questione (esiste ancora il divieto? È solo una scelta discrezionale della Chiesa? E perché?), decidiamo di telefonare al Vicariato di Roma e, dopo vari “passaggi telefonici”, arriviamo a parlare con un (misterioso) uomo della Congregazione per il Clero, un segretario amministrativo che, dichiarando di non conoscere il (presunto) divieto (“Non ne so niente”), cerca di rispondere, per cortesia alle nostre domande, pur tenendoci a precisare che in nessun modo le sue risposte devono essere considerate come date in rappresentanza della Chiesa Cattolica. “Discriminazione? Non si tratta di questo perché non esiste un generale diritto a diventare preti” – ci dice il nostro interlocutore con un accento francese e in perfetto italiano. È la Chiesa – continua - che chiama le persone che considera utili secondo i propri criteri. Io cerco di dare risposte logiche ad una questione che non conosco” - continua a dirci. “Nel passato, fino al 1983, chi aveva subito l’amputazione di un arto non veniva ammesso al sacerdozio. Ora le cose sono cambiate ma la Chiesa ha il potere di escludere coloro che non possono adempiere alla funzione eucaristica. Pertanto non esiste un diritto a diventare preti”. Sarà… ma noi continuiamo a chiederci il perché di tale differenziazione di trattamento: perché chi sviluppa la malattia prima del sacerdozio non può diventare sacerdote e chi invece la sviluppa dopo non potrebbe avere la possibilità di utilizzare delle ostie con poco glutine? Perché allora, invece di limitare la vocazione dei celiaci, non garantire, semplicemente, anche ai potenziali sacerdoti affetti da celiachia, delle ostie con poco glutine? Una cosa di difficile comprensione se si pensa che i principi ispiratori della Chiesa cattolica ma in generale della religione cristiana sono quelli della solidarietà, dell’accoglienza e dell’inclusione. Non sarà mica una questione di costi? – ci chiediamo “malignando” sulle ragioni del (presunto) divieto. Dai dati forniti direttamente dal sito di una comune società, la “Ars Nova” (www.arsnova.brescia.it) che, tra le altre merci, produce ostie per celiaci, emerge che un pacco di 100 ostie per celiaci costa circa 22 euro, comprese le spese di spedizione. Un costo notevole se si tiene presente che per fare 100 ostie tradizionali sono sufficienti 500 grammi di farina, quasi un litro d’acqua, un cucchiaio di olio e un pizzico di sale. Insomma, un vero business per i produttori. Non di certo per la Chiesa. Nell’attesa di contattare direttamente la Congregazione per la dottrina della Fede, rimaniamo con il dubbio: esiste ancora questo divieto? E perché?
Questo è il caso del (presunto) divieto del sacerdozio per le persone affette da celiachia. Se infatti provate a scrivere su qualsiasi motore di ricerca la parola “celiachia”, tra i primi dieci risultati, sul monitor del vostro pc troverete la voce di Wikipedia che, dopo aver illustrato le caratteristiche generali della patologia, al paragrafo “risvolti psicologici”, inserisce queste parole prese direttamente da una fonte autorevole, una lettera circolare della Congregazione per la Dottrina della Fede. “I candidati al sacerdozio che sono affetti da celiachia (…), data la centralità della celebrazione eucaristica nella vita sacerdotale, - si legge dalla lettera circolare nella parte delle cd. “norme comuni” enunciate dopo le generali premesse sulla problematica - non possono essere ammessi agli ordini sacri”. E ancora, continuando a leggere, “i sacerdoti che abbiano sviluppato la celiachia dopo l'ordinazione e tutti i fedeli che hanno questa intolleranza alimentare possono usare un particolare tipo di ostie con una minima quantità di glutine (che da un lato permette la panificazione, dall'altro non compromette la dieta senza glutine)”.
Da queste poche righe, datate 9 giugno 1995, all’epoca in cui a capo della Congregazione vi era l’attuale Papa Ratzinger, emerge un generale divieto: le persone affette da celiachia non possono essere ammesse al sacerdozio e che, al contrario, chi sviluppa la malattia dopo l’ordinazione sacerdotale, avrà il solo beneficio di utilizzare delle specifiche ostie, con poco glutine, (si badi, non senza) in quanto è necessario permettere la panificazione. Senza panificazione, infatti, come emerge dalla lettera, la celebrazione eucaristica si deve ritenere “invalida”. La questione, sembra abbastanza chiara, disponendo questo divieto, forse discriminatorio, ma chiaro e categorico. Oltre alla Circolare del 1995, dopo varie ricerche, siamo riusciti a trovare un’altra lettera circolare (non citata da wikipedia), in cui lo Stesso Ratzinger, nel 2003 dà conto della questione della celiachia. L’approccio è diverso: non si parla più di divieto di ordinazione sacerdotale ma si invita ad “essere cauti” nell’ordinazione sacerdotale di persone affette da celiachia. Ma che cosa significa “essere cauti”? La Chiesa, in sostanza, si riserva di ammettere o meno agli ordini sacri i malati di celiachia. Ma su quali basi? Quindi non si tratterebbe più di un divieto generale? Ma come mai questa (presunta) discriminazione che si concretizza nella discrezionalità che esercita la Chiesa nell’ammettere o meno i celiaci al sacerdozio? Non potendo accontentarci delle due “diverse” circolari, e volendo quindi andare al fondo della questione (esiste ancora il divieto? È solo una scelta discrezionale della Chiesa? E perché?), decidiamo di telefonare al Vicariato di Roma e, dopo vari “passaggi telefonici”, arriviamo a parlare con un (misterioso) uomo della Congregazione per il Clero, un segretario amministrativo che, dichiarando di non conoscere il (presunto) divieto (“Non ne so niente”), cerca di rispondere, per cortesia alle nostre domande, pur tenendoci a precisare che in nessun modo le sue risposte devono essere considerate come date in rappresentanza della Chiesa Cattolica. “Discriminazione? Non si tratta di questo perché non esiste un generale diritto a diventare preti” – ci dice il nostro interlocutore con un accento francese e in perfetto italiano. È la Chiesa – continua - che chiama le persone che considera utili secondo i propri criteri. Io cerco di dare risposte logiche ad una questione che non conosco” - continua a dirci. “Nel passato, fino al 1983, chi aveva subito l’amputazione di un arto non veniva ammesso al sacerdozio. Ora le cose sono cambiate ma la Chiesa ha il potere di escludere coloro che non possono adempiere alla funzione eucaristica. Pertanto non esiste un diritto a diventare preti”. Sarà… ma noi continuiamo a chiederci il perché di tale differenziazione di trattamento: perché chi sviluppa la malattia prima del sacerdozio non può diventare sacerdote e chi invece la sviluppa dopo non potrebbe avere la possibilità di utilizzare delle ostie con poco glutine? Perché allora, invece di limitare la vocazione dei celiaci, non garantire, semplicemente, anche ai potenziali sacerdoti affetti da celiachia, delle ostie con poco glutine? Una cosa di difficile comprensione se si pensa che i principi ispiratori della Chiesa cattolica ma in generale della religione cristiana sono quelli della solidarietà, dell’accoglienza e dell’inclusione. Non sarà mica una questione di costi? – ci chiediamo “malignando” sulle ragioni del (presunto) divieto. Dai dati forniti direttamente dal sito di una comune società, la “Ars Nova” (www.arsnova.brescia.it) che, tra le altre merci, produce ostie per celiaci, emerge che un pacco di 100 ostie per celiaci costa circa 22 euro, comprese le spese di spedizione. Un costo notevole se si tiene presente che per fare 100 ostie tradizionali sono sufficienti 500 grammi di farina, quasi un litro d’acqua, un cucchiaio di olio e un pizzico di sale. Insomma, un vero business per i produttori. Non di certo per la Chiesa. Nell’attesa di contattare direttamente la Congregazione per la dottrina della Fede, rimaniamo con il dubbio: esiste ancora questo divieto? E perché?
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