lunedì 17 novembre 2025

Sarajevo e i superstiti di una guerra mai vissuta

Trent’anni dopo l’assedio, una generazione di giovani affronta una Bosnia segnata da disoccupazione e nazionalismo: Irfan e Naida raccontano la difficoltà di vivere in un paese che non offre nulla, e seguono con speranza un’indagine della procura di Milano sui presunti “Safari dei cecchini”


Piove a Sarajevo ed è appena morta una leggenda della musica balcanica: Halid Bešlić. Qualcuno potrebbe dire che la città piange un uomo amatissimo, un artista generoso e colonna sonora di intere generazioni; altri dicono che “la noiosa pioggia di Sarajevo” – come la definì il poeta Izet Sarajlić – “non è mai solo pioggia”, e forse serve a lavare via le ferite della guerra, nonostante siano trascorsi ormai trent’anni.
La città vuole dimenticare ma i segni dell’assedio sono ancora evidenti: per chi è nato dopo il 1996, la guerra è un’eredità che incide su opportunità e accesso al lavoro. Le divisioni politiche di Dayton, la ricostruzione incompleta e una crisi economica che dura da anni pesano soprattutto sui più giovani.

Lo racconta
Irfan, 28 anni, bosniaco, guida turistica che ha vissuto otto anni a Brescia giocando a calcio in Valcamonica; poi, ha deciso di tornare a casa: «Come mi piace dire, qui c’è “lo Stato dei parenti”. Purtroppo, abbiamo problemi di nepotismo. Le persone che durante il conflitto erano fuggite dal paese sono tornate, hanno conquistato il potere, e hanno iniziato ad assumere i propri familiari; invece, i reduci di guerra che avevano difeso la patria non hanno quasi alcun diritto, né tantomeno i loro figli», spiega Irfan pensando a suo padre che si è trasferito in Germania e non intende tornare perché lo Stato non gli ha mai riconosciuto nulla per aver combattuto con i jeans e le Converse All Star; sì, perché i bosniaci non solo non disponevano di un esercito ma nemmeno delle divise per andare al fronte: a pochi mesi dalla dichiarazione di indipendenza, nessuno si sarebbe aspettato di usare un AK-47 o un M-70.

«Qui ci sono troppi cortigiani, opportunisti, persone che per pochi soldi vendono i propri voti alle elezioni. Corruzione, tangenti e criminalità sono problemi enormi che spingono i giovani ad andarsene, perché non vogliono crescere e allevare i propri figli in un sistema del genere», conclude Irfan.

Anche Naida, sulla trentina, la pensa allo stesso modo: la incontriamo sulla Titova, la storica via dedicata al leader della Jugoslavia socialista Josip Broz Tito, che collega la zona ottomana con la parte moderna della città e, in particolare, con la famosa “strada dei cecchini”; porta con sé la bandiera della Palestina e, insieme a suo figlio, è pronta a prendere parte alla grande manifestazione contro il genocidio a Gaza. «Sono grata di avere un lavoro stabile – spiega Naida che è responsabile del dipartimento delle autoscuole – perché senza non si può fare molto. Le persone non riescono a formare una famiglia, comprare un appartamento, un’auto e vivere una vita normale».
La sua denuncia è secca: «I leader politici pensano solo a sé stessi. “Dividere e conquistare” è il loro motto. Eppure la gente è intelligente, di buon cuore. E continua a lottare».
In quanti hanno lasciato la Bosnia? «Tantissimi. Abbiamo stipendi bassi, pochi diritti, niente ferie. E poi le università private praticamente vendono i diplomi: chi ha soldi li compra e poi ottiene posti importanti. Mancano moralità e integrità. Alcuni di questi arrivano fino alla politica».
Secondo un report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la disoccupazione giovanile supera il 32% e l’emigrazione è diventata una preoccupazione: molti giovani lavoratori qualificati hanno lasciato il paese per trasferirsi in Germania, Austria e Italia.

Dopo Tito, ognuno ha capito chi era
«Sotto Tito abbiamo vissuto tutti insieme, poi, alla sua morte, ogni persona ha capito chi era». È così che Irfan cerca di spiegare che cosa è stata la guerra in Bosnia. Lo racconta prendendo in prestito una frase che potrebbe essere tratta da un vecchio film la cui traduzione in italiano è I bei villaggi bruciano bene. Quel film lo colpì molto, soprattutto per la capacità di spiegare come le diverse comunità nazionali della Bosnia - bosgnacchi, serbi e croati - siano state trascinate in un conflitto che ha definitivamente spezzato quell'equilibrio.
Una sintesi pragmatica della guerra l’ha data lo scrittore bosniaco Tijan Sila 
nel suo ultimo libro Radio Sarajevo: “Come si può spiegare la guerra in Bosnia? Quando nel maggio 1991 la Croazia dichiarò la propria indipendenza, fu invasa dall’esercito serbo. Quando nel giugno 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza, fu invasa dall’esercito serbo. Quando nell’aprile 1992 la Bosnia dichiarò la propria indipendenza, fu invasa dall’esercito serbo. Quando nel 2008 il Kosovo dichiarò la propria indipendenza, fu invaso dall’esercito serbo. La Serbia visse la dissoluzione della Jugoslavia come la dissoluzione del proprio territorio sovrano – e le ambizioni di indipendenza degli altri stati federali come un’insurrezione di subalterni”.


Verso Srebrenica e la Repubblica Srpska
Non c’è solo la pioggia: quest’anno ottobre ha portato addirittura la neve sui monti che circondano Sarajevo e persino sulle colline appena fuori città. È bastato uscire un po’ dal centro per vederla, prendendo la M19, una strada a tratti boscosa e montana che conduce a Srebrenica e attraversa la Repubblica Srpska (RS), l’entità serba all’interno della Bosnia ed Erzegovina.
Le bandiere lo annunciano: quelle della RS e, a volte, anche quelle serbe, ricordano che il nazionalismo non se n’è mai andato davvero. Lo mostrano le spinte secessioniste e il conflitto istituzionale aperto dall’ormai ex presidente della RS, Milorad Dodik, rimosso dalla Commissione elettorale centrale e poi colpito da una condanna commutata in multa dal tribunale statale. Eppure resta politicamente influente, tanto che il suo partito sosterrà 
un candidato di fiducia alle elezioni del 23 novembre . Tutto ciò accade in un sistema, quello creato dagli accordi di Dayton, che ha congelato le divisioni etniche invece di ricomporle, rendendo fragile ogni tensione con lo Stato centrale.


Sarajevo Safari: sparare e uccidere per divertimento
In questi giorni è esplosa una notizia: a seguito della denuncia del giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, la procura di Milano ha aperto un fascicolo per indagare sui presunti “Safari di guerra”, e cioè su cittadini italiani non ancora identificati che avrebbero pagato le milizie serbo-bosniache per sparare contro civili bosniaci. «Sì, ne abbiamo sentito parlare anche qui», racconta Irfan quando ci risentiamo dopo la trasferta a Sarajevo. «La notizia ha invaso i social e i giornali e ne sono felice: in Bosnia nessuno ha il coraggio di indagare su queste cose perché c'è molta corruzione e molti serbi sono al potere. In ogni caso, era una storia nota, ma è importante continuare a indagare. Spero che almeno l’Italia riesca a fare giustizia, che non si lasci intimidire e vada a fondo di questa vicenda», conclude. 

«Sappiamo da anni che persone di varie nazionalità combatterono dalla parte degli aggressori», osserva Naida commentando la notizia. «Noi musulmani bosniaci conosciamo bene l’odio, non è niente di nuovo, ma dopo questa vicenda ci chiediamo: che storia è questa? Guardare un bambino attraverso il mirino di un fucile di precisione e provare soddisfazione nell’ucciderlo?», dice incredula. «Eppure non abbiamo dimenticato l’aiuto italiano durante e dopo l’aggressione alla Bosnia, il lavoro umanitario e la partita di calcio del 1996», aggiunge ricordando il match che riportò la vita nella città di Sarajevo, e chiude con una speranza: «che ci possa essere giustizia».







martedì 11 novembre 2025

Bolivia, inizia l’era Paz

Dismessi gli abiti tradizionali dell’era Mas, Paz inaugura una nuova fase politica con l’apertura diplomatica verso gli Stati Uniti


Quella dell’8 novembre 2025 non è stata soltanto una cerimonia di giuramento, e lo si è capito dall’abbigliamento di Rodrigo Paz Pereira: davanti al Parlamento riunito in sesión de honor, il presidente eletto si è presentato in giacca e cravatta, e non con gli abiti tradizionali dei popoli originari a cui ci aveva abituati Evo Morales.
Ricevendo la fascia e la medaglia presidenziale dalle mani del suo vicepresidente Edman Lara, Paz ha voluto dare un segnale di cambiamento non soltanto nell’abbigliamento ma anche nei riferimenti identitari. Il millenario emblema della regione andina, la Chakana, è stato sostituito dal tradizionale stemma repubblicano durante il giuramento pronunciato nel nome di “Dios, patria y familia”, come a sottolineare una distanza profonda con la tradizione del Mas, più legata alla dimensione ancestrale – tutti ricordano il celebre giuramento di Evo Morales nel 2006 presso il sito archeologico di Tiwanaku, antico centro cerimoniale andino. Però, non tutti gli elementi rituali del passato sono stati abbandonati: dopo aver ricevuto i simboli di investitura militare da parte della Polizia e dell’Esercito, Paz ha accettato due bastoni di comando dalle comunità indigene, come previsto dalla Costituzione del 2009.
«Questa è la nuova Bolivia, che si apre al mondo. Mai più una Bolivia isolata, sottomessa a ideologie fallite», ha detto Paz, volendo inaugurare una stagione di profondo cambiamento politico ed economico dopo quasi vent’anni di governi di sinistra.
Il leader del Partito Democratico Cristiano (Pdc) di centrodestra – eletto al ballottaggio del 19 ottobre con il 54,9% dei voti, superando l’ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga – ha promesso di guidare il Paese «con sobrietà, pragmatismo e rispetto per la democrazia», e ha definito il suo programma economico come un modello di “capitalismo per tutti”, basato su incentivi alle piccole imprese, riduzione dei dazi e maggiore apertura agli investimenti stranieri. Il nuovo presidente eredita un’economia fragile, segnata da carenza di dollari e carburante, inflazione superiore al 20% e un debito pubblico che ha raggiunto i 40 miliardi di dollari. Paz ha annunciato che «le politiche del passato hanno lasciato un’economia in rovina e uno Stato paralizzato», assicurando di voler «difendere i più umili» e rilanciare la crescita.
Gran parte del discorso pronunciato durante il giuramento si è trasformata in un’accusa alla vecchia amministrazione: «Ogni presente e futuro è migliore del passato. Supereremo quel passato di sventura che è stato generato per i boliviani. Abbiamo ricevuto un paese devastato, in bancarotta, senza riserve internazionali. Evo, Arce, dove sono il gas e il litio?
», ha denunciato Paz, accusando i suoi predecessori di aver sprecato le due più grandi ricchezze naturali del Paese, una passata e una potenziale.

E già domenica 9 novembre Paz ha annunciato la squadra di governo: i leader contadini e sindacali di un tempo sono stati rimpiazzati da uomini d’affari, funzionari, ed ex politici del periodo neoliberista. Saranno quindici i ministeri, quattro in meno rispetto alla precedente amministrazione di Luis Arce. Si tratta di un taglio inferiore a quanto ipotizzato, anche se Paz ha comunque scelto di sacrificare ministeri importanti come l’Ambiente e l’Industria mineraria.

Apertura internazionale e ritorno del dialogo con Washington
Uno dei primi atti del nuovo governo è stato il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte nel 2008 dopo l’espulsione dell’ambasciatore americano da parte dell’allora presidente Morales. In un incontro con il sottosegretario di Stato Christopher Landau, Paz ha annunciato che i due paesi ristabiliranno rapporti «a livello di ambasciatori, come si sarebbe dovuto fare da sempre».
La Bolivia ha inoltre negoziato un pacchetto di aiuti da 3,1 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Interamericana di Sviluppo e la Banca di Sviluppo dell’America Latina. Alla cerimonia di insediamento hanno partecipato oltre 60 delegazioni internazionali, tra cui i presidenti Javier Milei (Argentina), Gabriel Boric (Cile), Daniel Noboa (Ecuador), Santiago Peña (Paraguay) e Yamandú Orsi (Uruguay). Presenti anche la vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera, il vicepresidente del Brasile Geraldo Alckmin e rappresentanti di Cina, Spagna e Unione Europea. La presenza di Boric e dei rappresentanti statunitensi è stata interpretata come un segnale di distensione regionale: le relazioni con il Cile erano infatti interrotte dal 1978 per la storica disputa sull’accesso al mare, mentre con Washington i rapporti erano gelidi da oltre quindici anni.
Sempre sul versante dei rapporti internazionali, la Bolivia è stata recentemente sospesa dall'Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), dopo aver descritto Cuba, Venezuela e Nicaragua, i paesi che guidano l'organizzazione, come “antidemocratici”.

Crisi e fratture nel Movimento per il Socialismo
Mentre Paz consolida il suo nuovo governo, il Mas affronta una nuova crisi interna: la direzione nazionale del partito ha infatti espulso l’ex presidente Luis Arce, accusandolo di essersi appropriato dei contributi obbligatori versati dai funzionari pubblici e dai militanti del Mas. Secondo il leader del partito Grover García, Arce avrebbe trattenuto per tre anni i fondi destinati al movimento, depositandoli su conti personali.

Il ritorno sulla scena di Jeanine Áñez
A segnare ulteriormente la svolta politica del Paese è arrivata la decisione della Corte Suprema di Giustizia che ha annullato la condanna a dieci anni di carcere per l’ex presidente ad interim Jeanine Áñez, ordinandone il rilascio immediato. In prigione da più di quattro anni per il suo ruolo nella crisi del 2019 che portò alle dimissioni di Morales, Áñez sarà ora sottoposta a un processo “politico” – e cioè con juicio de responsabilidades, un giudizio con l’autorizzazione del Parlamento e la decisione della Corte Suprema di Giustizia, come previsto per i presidenti e le alte cariche dello Stato, e come richiesto dalla sua difesa. La decisione, basata su “violazioni del giusto processo”, è stata approvata da sette dei nove giudici dell’Alta Corte. La sua liberazione, avvenuta alla vigilia dell’insediamento di Paz, ha avuto un forte valore simbolico, sottolineando la rottura con il ciclo politico precedente e l’inizio di una nuova fase di riconciliazione nazionale.

Paz saprà conciliare crescita economica e giustizia sociale?

Con l’avvento di Rodrigo Paz, la Bolivia apre una nuova pagina della sua storia politica: un governo di centrodestra dopo due decenni di egemonia del Mas, un riavvicinamento con gli Stati Uniti e i paesi vicini, e la promessa di un modello economico più aperto e competitivo. Resta però incerto se questa nuova fase riuscirà a stabilizzare un paese ancora attraversato da crisi economiche e divisioni politiche profonde. La svolta liberale di Paz, se da un lato potrebbe attrarre investimenti e riavvicinare la Bolivia ai mercati internazionali, dall’altro rischia di riaccendere le tensioni sociali in un Paese dove disuguaglianze e povertà restano diffuse. Il Mas, pur indebolito dagli scandali e dal deterioramento economico degli ultimi anni, lascia un’eredità rilevante: la riduzione della povertà, l’inclusione politica dei popoli indigeni e la costruzione di un’identità plurinazionale che ha dato voce a una maggioranza a lungo esclusa. In definitiva, il futuro di Paz dipenderà anche dalla sua capacità di conciliare crescita economica e giustizia sociale.


 

giovedì 30 ottobre 2025

Testimone del Premio Morrione è Rita Baroud, la giornalista che ha raccontato Gaza con il suo Diario per la Repubblica - via articolo 21

via Articolo 21 

di Luisa Foti 

“Vogliamo solo vivere la nostra vita senza essere uccisi; fate in modo che siano i palestinesi a parlare della loro terra. In giro vedo soltanto la prospettiva occidentale”.

È questo, in sintesi, il cuore del pensiero di Rita Baroud, giornalista palestinese Gen Z, premiata come Testimone del Premio Morrione, per il suo racconto quotidiano del genocidio di Gaza attraverso il suo “Diario” su la Repubblica. Pur appartenendo a una generazione cresciuta con i social network e i video virali, Rita ha scelto consapevolmente di affidare la propria testimonianza non solo ai post o ai reel di Instagram, ma soprattutto alle parole scritte: un diario, un articolo al giorno, come atto di resistenza e memoria.

Durante la giornata finale del Premio, è stato il giornalista Gian Mario Gillio a moderare il dibattito con Rita Baroud e con Paolo Mondani – reporter investigativo, premiato con il riconoscimento Baffo Rosso per le sue inchieste su Report: ne è nato in un confronto profondo sul ruolo dell’informazione nei conflitti e sulla responsabilità etica del giornalismo.

“Non è facile essere una giornalista e dover raccontare la sofferenza del tuo popolo”, ha spiegato Baroud che ha iniziato a conoscere la guerra da quando aveva 5 anni.

“Ogni tanto mi pento di essere diventata una giornalista: avevo vent’anni quando ho iniziato a scrivere; all’epoca volevo semplicemente vivere la mia vita da adolescente invece di dover raccontare il genocidio e spiegare che non tutto è iniziato il 7 ottobre 2023”. E quel racconto è diventato un dovere perché “parliamo di un’occupazione che nasce più di 70 anni fa”.

Durante l’incontro, si è parlato della tragedia della popolazione di Gaza e dei tentativi in corso per provare a ricominciare a vivere dopo il cessate il fuoco: per i palestinesi non è soltanto una questione di pace, ma anche di come decidere il proprio futuro, da protagonisti.

“Molti politici vogliono decidere sulla nostra pelle, ma stiamo parlando della nostra vita”, spiega Rita con parole che suonano come un chiaro riferimento all’accordo di cessate il fuoco che nulla ha a che fare con una vera pace né con la liberazione del popolo palestinese. E la liberazione parte anche dalle parole: perché si continua a parlare di “ostaggi israeliani” e di “prigionieri palestinesi”, quando molti palestinesi vengono trattenuti nelle carceri israeliane senza accuse formali, in condizioni che li rendono ostaggi a tutti gli effetti? Se l’è chiesto più volte anche la giornalista di Gaza, soprattutto quando ha riflettuto sul fatto che questo genocidio è stato raccontato con un certo orientalismo: “In giro vedo solo il punto di vista occidentale, e non quello dei palestinesi; è giusto che l’Occidente se ne occupi, ma è altrettanto essenziale che la narrazione nasca da chi vive quella realtà sulla propria pelle”.

Tra i momenti più toccanti dell’incontro la commozione di Paolo Mondani che ha espresso la sua profonda ammirazione per Baroud: “Dopo Rita, parlare non ha senso”, ha detto, anche ricordando la recente scomparsa del giornalista palestinese Ali Rashid, suo amico dai tempi in cui la Palestina era quasi scomparsa dai palinsesti. Gian Mario Gillio, che ha condotto l’incontro con grande moderazione, ha voluto sottolineare la forza e la chiarezza del messaggio di Baroud, riconoscendole il merito di aver restituito dignità alle persone che in questi anni sono rimaste invisibili nelle cronache occidentali. In chiusura, la commozione di Paolo Mondani ha poi lasciato spazio a un lungo abbraccio tra Gian Mario Gillio e la giornalista palestinese; e quella stretta ha riassunto il senso dell’intera serata.

Rio de Janero contro i narcos. Il sindaco: “Non saremo ostaggio di criminali che seminano paura” - Via lastampa.it

Il numero dei morti è cinque volte più alto di quello registrato nell’operazione del maggio 2021 quanto vennero uccise 28 persone
(su lastampa.it --> 
Rio de Janero contro i narcos. Il sindaco: “Non saremo ostaggio di criminali che seminano paura” - La Stampa)

A guardare dall’esterno sembra un set cinematografico, ma non è un film: è Rio de Janeiro il 28 ottobre 2025 nella più letale operazione contro i narcos nella storia del Brasile. La capitale è in stato di guerra: lo scrivono tutti i principali media brasiliani. Il bilancio è – per ora – di 138 morti, tra cui quattro agenti, in seguito all’operazione lanciata da Cláudio Castro – governatore dello Stato di Rio, appartenente al partito di di Bolsonaro – contro la principale fazione criminale della città, il Comando Vermelho, il Comando rosso, una delle più antiche e potenti organizzazioni criminali del paese nata alla fine anni ‘70.

Chiedendo il sostegno del governo federale brasiliano, Castro ha dichiarato che «si tratta di una operazione dello Stato contro i narcoterroristi». 2.500 sarebbero gli uomini dispiegati nei complessi di Alemão e Penha, dove vivono più di 280mila persone in decine di favelas con l’obiettivo di catturare i leader criminali e contenere l'espansione territoriale del comando narcos.

Il numero dei morti è molto più altro di quello registrato nell’operazione del maggio 2021 quanto vennero uccise 28 persone; anche nel maggio 2022 ci fu un’importante operazione con 24 morti, ma nemmeno sommando i morti si arriva a un bilancio del genere in un'unica azione anti-narcos. La polizia della capitale brasiliana ha agito paralizzando un’intera città, con esecuzioni extragiudizili e, secondo quanto si apprende dai giornali locali, oltre ai 138, ci sarebbero stati anche 81 arresti; 93 i fucili sequestrati.

«Oggi è un giorno importante per Rio de Janeiro, la più grande operazione nella storia della nostra polizia. Non ho dubbi che sia un giorno di duro colpo al crimine. La polizia non lascerà le strade fino a quando la situazione non sarà completamente normalizzata», ha spiegato il governatore. E i Narcos non sono rimasti a guardare: mentre la popolazione veniva avvisata su Whatsapp a partecipare ai blocchi stradali, gli uomini del Comando hanno reagito con droni carichi di granate e fucili d’assalto capaci di bloccare elicotteri e autobus.

Intanto, Edgar Alves Andrade, detto Doca da Penha, leader del Comando Vermelho contro cui pendono decine di mandati di cattura per oltre cento omicidi, continua a essere latitante. La guerriglia è stata portata avanti dalle migliaia di affiliati al gruppo che controllano la gran parte delle favelas: i narcos hanno bloccato le superstrade e gli accessi principali nella zona nord e nella zona sud-ovest della città, mandando in tilt la mobilità in tutto il comune, con autobus dati alle fiamme e negozi obbligati ad abbassare le saracinesche per bloccare la attività commerciali; sospese anche le attività degli ospedali e i voli.

È l’apocalisse in una delle giornate più nere del Brasile. Rio De Janeiro è completamente paralizzata: dopo una riunione d’emergenza al Palazzo del Planalto, i ministri Rui Costa (Casa Civil), Ricardo Lewandowski (Giustizia e Sicurezza) arriveranno nella capitale.

Il sindaco Eduardo Paes ha tranquillizzato gli abitanti dichiarando che Rio «non sarà ostaggio di criminali che vogliono seminare la paura per le strade». Le autorità affermano che «la situazione è sotto controllo», ma il livello di sicurezza resterà attivo ancora per ore.

After starvation - Cosa succede a Gaza dopo mesi di fame forzata?

Le persone gravemente malnutrite non possono ricominciare a mangiare così facilmente. Il semplice atto di tornare a mangiare può essere pericoloso, persino letale. Se ne parla in un articolo di Clayton Dalton, medico d’emergenza e collaboratore del New Yorker, che spiega le conseguenze della sindrome da rialimentazione e gli effetti metabolici a lungo termine della fame.

Refeeding Syndrome, la sindrome da rialimentazione
Chi, dopo una fame prolungata, ricomincia a mangiare troppo rapidamente può essere colpito da una grave sindrome metabolica. L’organismo, abituato alla carenza estrema di nutrienti, non riesce a gestire il ritorno improvviso delle calorie: si producono squilibri chimici potenzialmente fatali che possono causare arresto cardiaco, respiratorio o danni cerebrali. Per questo la rialimentazione deve avvenire sotto stretto controllo medico: esami del sangue, monitoraggio continuo, minime quantità di glucosio, e aumento graduale delle calorie. Ovviamente, in un contesto come Gaza, tutto questo è impossibile.

Le conseguenze a lungo termine della starvation
La sindrome da rialimentazione è una conseguenza immediata della malnutrizione. Ma a lungo termine la fame lascia un’impronta profonda nel corpo. Lo studio sulla Dutch Hunger Winter (la carestia olandese del 1944-45) ha mostrato che chi era stato esposto alla fame nel grembo materno o da bambino, decenni dopo, aveva un rischio maggiore di diabete, malattie cardiache e obesità. In sostanza, la fame “programma” il corpo a sopravvivere alla scarsità; ma quando il cibo torna disponibile, quel meccanismo si ribalta: il metabolismo rallenta, il bisogno di accumulo aumenta e si creano le basi per un nuovo eccesso — obesità, alterazioni metaboliche e conseguenze psicologiche.

L’Assemblea generale dell'ONU vota (di nuovo) contro l’embargo a Cuba nonostante le pressioni Usa

È da trentatré anni che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite vota contro l’embargo imposto dagli Stati Uniti a Cuba. Anche il 29 ottobre 2025, la maggioranza dei paesi membri ha approvato la risoluzione che chiede la fine del bloqueo, misura coercitiva unilaterale usata come strumento di pressione politica ed economica, in totale violazione del diritto internazionale.

Quest’anno, però, il voto è stato preceduto da un’intensa offensiva diplomatica americana. Secondo fonti riportate da Reuters, l’amministrazione Trump avrebbe fatto circolare un dispaccio interno del Dipartimento di Stato con istruzioni ai propri diplomatici: convincere il maggior numero possibile di paesi a non sostenere la risoluzione, collegando Cuba alla Russia, e alla guerra in Ucraina.
Gli Stati Uniti sostengono infatti che fino a 5.000 cittadini cubani starebbero combattendo come mercenari al fianco delle forze russe. Una tesi che l’Avana ha definito “menzognera e calunniosa”, accusando Washington di manipolare l’opinione pubblica e di fare pressioni soprattutto sui governi latinoamericani ed europei per sabotare il voto.
Le segnalazioni di cubani sul campo di battaglia ucraino dalla parte di Mosca risalgono al 2023, ma l'Avana aveva specificato che si era trattato di mercenari.
Il governo dell’Avana ha sempre negato ogni responsabilità diretta e ha ribadito di
non incoraggiare né autorizzare i propri cittadini a partecipare al conflitto. In più occasioni, il Ministro degli esteri cubano ha affermato che Cuba non fa parte del conflitto in Ucraina, né partecipa con personale militare in alcun paese, e che mantiene una politica di tolleranza zero verso il mercenarismo e il traffico di persone. 
Sebbene l’isola abbia posizioni politiche di vicinanza con la Russia, soprattutto in funzione anti-statunitense, l’Avana ha sempre negato di fornire soldati o risorse militari a Mosca, e ha anzi dichiarato di aver avviato procedimenti penali contro i cittadini cubani coinvolti individualmente in attività di reclutamento illegale.

Un voto indebolito 
Nonostante la campagna diplomatica statunitense, la risoluzione è stata approvata con 165 voti a favore, 7 contrari e 12 astensioni. Gli Stati Uniti hanno trovato l’appoggio – tutt’altro che inatteso – di Israele, Argentina, Ungheria, Ucraina, Macedonia del Nord e Paraguay. Si tratta comunque di un indebolimento rispetto allo scorso anno, quando la stessa risoluzione era passata con 187 voti favorevoli e soltanto due contrari (USA e Israele). Le pressioni di Washington non sono bastate a bloccarla, ma hanno ridotto il consenso internazionale verso Cuba.

Il rito diplomatico Onu che dura da tre decenni e l'Helms-Burton Act
Dal 1992, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che conta 193 membri, ha adottato ogni anno la risoluzione contro l’embargo, con l’unica eccezione del 2020 durante la pandemia. Tuttavia, si tratta di un atto politico poiché solo il Congresso degli Stati Uniti ha il potere di revocare formalmente le sanzioni economiche imposte all’isola dai tempi della Guerra Fredda.
Così come ricordato nel testo della risoluzione, il cuore dell’embargo è l'Helms-Burton Act, approvato il 12 marzo 1996, che ha trasformato in legge federale le sanzioni già imposte a Cuba dagli anni Sessanta, rendendone la revoca possibile solo con un atto del Parlamento. La legge ha ulteriormente rafforzato le restrizioni, vietando a cittadini e imprese statunitensi qualsiasi rapporto economico con l’isola e introducendo anche misure extraterritoriali. 
È questa legge, simbolo del prolungato isolamento di Cuba, a mantenere in vita l’embargo e a suscitare ogni anno la condanna quasi unanime delle Nazioni Unite.

La campagna Usa
Secondo il dispaccio diplomatico rivelato da Reuters, l’amministrazione Trump mira a «ridurre significativamente» i voti a favore di Cuba, affermando che la risoluzione «accusa in modo errato gli Stati Uniti dei problemi dell’isola, che derivano dalla corruzione e dall’incompetenza del regime».
Il documento incoraggia i diplomatici americani a votare contro la risoluzione che chiede la fine dell'embargo, ma accetta anche astensioni o assenze come risultato utile. Parallelamente, Washington avrebbe condiviso con i suoi alleati presunti dettagli sul coinvolgimento di cittadini cubani nel conflitto in Ucraina per sostenere la narrativa anti-Avana.
Il governo cubano, da parte sua, respinge ogni accusa e ribadisce che le difficoltà economiche che attraversa l’isola, tra scarsità di beni, infrastrutture al collasso e inflazione, sono conseguenza diretta di oltre sessant’anni di embargo statunitense, “una forma di punizione collettiva” che continua a violare il diritto internazionale.

martedì 21 ottobre 2025

Presidenziali Bolivia: vince il senatore Rodrigo Paz. È la fine di vent’anni di Mas

Dopo le elezioni di agosto che avevano già estromesso il Movimento per il Socialismo dalla competizione elettorale, il senatore Paz vince il ballottaggio. Si insedierà l’8 novembre

di Luisa Foti


Il senatore Rodrigo Paz Pereira sarà il nuovo presidente della Bolivia, dopo la vittoria al ballottaggio nelle elezioni presidenziali. Finiscono così vent’anni di Mas, il movimento delle comunità indigene e contadine crollato al 3% al primo turno.
È il Tribunale elettorale supremo a decretare la vittoria del senatore nato 58 anni fa in Spagna, dove la sua famiglia era fuggita negli anni delle dittature. Figlio d’arte – suo padre è l’ex presidente di sinistra Jaime Paz Zamora, – con un orientamento centrista e uno sguardo a destra, Paz ha una lunga esperienza in politica e si è presentato alle elezioni con il Partito democratico cristiano (Pdc).

Anche se i sondaggi non lo davano come favorito, in molti ci avrebbero scommesso: dietro di lui, infatti, c’era l’ombra, e la spinta social, del suo candidato vicepresidente Edman Lara, un ex poliziotto di destra che aveva fatto parlare di sé per la sua attività contro la corruzione in polizia. Così il Pdc ha trionfato al primo e al secondo turno. Dopo aver vinto alle elezioni di agosto con il 32%, staccando di sei punti l’ex presidente Jorge Quiroga – e di ben 29 il Mas – il senatore ha vinto al ballottaggio con il 54%, lasciando lo sfidante di destra al 45,46%. Paz ha puntato tutto su moderazione, ricerca del consenso degli elettori del Mas, la promessa di un “capitalismo per tutti” e tasse più basse. In politica estera è chiaro da che parte starà: la Bolivia sta «riconquistando il suo posto sulla scena internazionale», ha detto il futuro presidente facendo riferimento alla relazione che intende avere con gli Usa.

Il paese dovrà ripartire da qui, dopo vent’anni di fede incrollabile in quel movimento antimperialista che è – o è stato – il Mas, che nella prossima legislatura avrà soltanto due rappresentanti alla Camera e nessuno al Senato, dopo aver avuto i due terzi del Congresso in quella precedente. Rompendo con gli Usa, Evo Morales aveva portato il paese a sinistra, nazionalizzando le risorse energetiche, redistribuendo la ricchezza e stringendo alleanze con Cina, Russia, Cuba e Venezuela; inoltre, da qualche tempo il Mas vive una crisi profonda causata dalle rivalità interne tra gli ex amici Evo Morales e l’attuale presidente Luis Arce.

Dopo l'annuncio dei risultati, Edman Lara ha lanciato un appello a “unità e riconciliazione”: sono stati mesi difficili, segnati da una campagna elettorale conflittuale e da una situazione economica complicata. Capita spesso di vedere i boliviani fare code per acquistare il carburante a prezzi altissimi perché la Bolivia non riesce più a ottenere dollari come in passato con l’esportazione del gas naturale. Paz ha ora una grande sfida: far uscire il paese dalla crisi e governare senza la maggioranza assoluta, cercando l’appoggio di altri partiti per le riforme.